
Un decalogo laico
di Piergiorgio Odifreddi
Per una delle ironie della storia,
il motto risorgimentale «Libera
Chiesa in Libero Stato» viene
considerato nell'Italia repubblicana
un'espressione di anticlericalismo,
invece che un'asserzione di
laicismo. Naturalmente, quasi tutti
i nostri politici concordano sul
fatto che la Chiesa e il Vaticano
debbano avere la massima libertà di
parola e di azione, e che lo Stato
non debba interferire né con l'una,
né con l'altra. Ma quasi nessuno
pensa, o almeno dice, che le stesse
libertà le debba avere anche lo
Stato, senza esser costretto a
subire la pressione ufficiale e
ufficiosa delle gerarchie
ecclesiastiche, a legiferare in
ossequio alle loro credenze, e a
pagare di tasca propria per la
propaganda e gli affari altrui.
Per affrontare concretamente la
pratica di un comportamento laico
nella quotidianità individuale e
sociale, proviamo dunque a formulare
un Decalogo Laico che isoli una
serie limitata di «comandamenti» sui
quali ci si potrà confrontare ed,
eventualmente, chiamare a raccolta.
«Comandamenti» che, a seconda dei
casi, sono rivolti al laico come
stimoli propositivi, o al clericale
come moniti dissuasivi.
1. Non avrai altro Stato all'infuori
di me
Il rapporto fra Stato e Chiesa deve
tener conto del fatto che
quest'ultima è indissolubilmente
legata in matrimonio col Vaticano, e
che il Papa è anche il capo di uno
stato estero indipendente. Questo
conflitto di interessi genera
un'indebita confusione tra la
religione e politica, che un laico
(anche, e soprattutto, se credente)
dovrebbe sapere e volere dirimere:
in particolare, favorendo
l'abrogazione dell'articolo 7 della
Costituzione e del relativo
Concordato, che limitano
l'indipendenza e la sovranità dello
Stato italiano in maniera ormai
anacronistica, perpetuando il «giogo
pretesco» (come lo chiamò Benedetto
Croce) che Mussolini le impose l'11
febbraio 1929, e Togliatti le
reimpose il 25 marzo 1947.
2. Non nominare il nome di Dio
invano
Il precedente conflitto di interessi
tende a far sì che, andando ben
oltre i diritti sanciti dal
Concordato, la Chiesa pretenda di
dettare politiche allo Stato sulle
questioni più disparate, ritenendosi
l'unica interprete di valori etici
universali. Anzitutto, un laico non
può accettare un preteso monopolio
della religione sull'etica: al
contrario, rivendica da un lato
l'assolutezza di alcuni principi
etici basati sulla natura e sulla
ragione umane, e dall'altro la
relatività di altri princìpi etici
basati sulle convenzioni e sulle
consuetudini sociali. Inoltre, un
laico non può neppure accettare un
preteso monopolio religioso della
Chiesa Cattolica sull'etica, a
scapito delle altre confessioni
cristiane (protestanti o ortodosse)
e delle altre religioni (monoteiste
e non).
3. Ricordati di rispettare il tuo
ruolo istituzionale
Un politico che ricopra incarichi
istituzionali rappresenta l'intero
elettorato, nazionale o locale, e
non deve dunque compiere atti
pubblici che ledano la sensibilità
di una parte di quell'elettorato e
la dignità del suo ruolo. Ad
esempio, un ministro o un assessore
laici non devono prendere parte a
funzioni religiose, seguendo
l'esempio del cattolico De Gaulle,
che rifiutava di fare la comunione
in pubblico per questo motivo. In
particolare, sono lesive del
principio della laicità le
partecipazioni alle funzioni
religiose dei rappresentanti della
nazione e degli enti locali,
soprattutto se effettuate come
prassi regolare.
4. Onora il credente e il non
credente
Un laico rispetta le credenze
altrui, e questo rispetto si
manifesta in maniere complementari.
Un laico non credente, infatti,
rispetta qualunque fede e religione
(non solo una), e non rifiuta
un'istanza etica soltanto perché
dedotta da princìpi religiosi:
semplicemente, non ritiene quei
princìpi probatori e rivendica il
diritto di valutarne le conseguenze
indipendentemente dalle premesse. Un
laico credente, simmetricamente,
rispetta la mancanza di fede degli
agnostici e degli atei, e non
pretende di affermare che solo chi
crede ha un senso etico, e che
«senza Dio tutto sarebbe permesso»:
non fosse altro, perché la storia ha
sistematicamente smentito entrambe
le affermazioni.
5. Non uccidere la razionalità
scientifica
La scienza ricerca la verità
mediante dimostrazioni ed
esperimenti, e non si sottomette a
giudizi e tribunali che non
accettino questo metodo. Questa sua
caratteristica la rende più
compatibile con certe religioni, ad
esempio il buddismo, e meno con
altre: soprattutto con il
cattolicesimo, la cui ricerca della
verità si affida invece alla
rivelazione biblica e ai
pronunciamenti dogmatici dei Concili
e del Papa. Il motto «la scienza è
laica» significa semplicemente che
si può essere scienziati, credenti o
no, solo se si accettano le regole
del gioco scientifico, che
richiedono di tenere la religione
fuori dalla porta dei laboratori:
altrimenti si abiura e, come dice il
Galileo di Brecht, «si tradisce la
propria professione».
6. Non commettere adulterio
filosofico
Più delicato è il rapporto tra
filosofia e religione. E' innegabile
che ci siano stati e ci siano
filosofi cattolici, ma rimane il
fatto che «nessun servo può servire
due padroni: o odierà l'uno e amerà
l'altro, oppure si affezionerà
all'uno e disprezzerà l'altro»
(Luca, XVI, 13). Un filosofo laico,
dunque, dovrebbe scegliere con
chiarezza se servire la filosofia o
la teologia, e soprattutto evitare
di fare i salti mortali per «servire
Dio e mammona», come oggi va di moda
fra gli «atei devoti».
7. Non rubare
Tra spiritualità e materialità della
Chiesa esiste un innegabile
conflitto di interessi, che si
manifesta in maniera dirompente
negli immensi benefici economici,
concordatari e non, che essa riceve
dallo Stato e dagli enti locali
italiani. La legge di attuazione
dell'otto per mille, ad esempio,
assegna alla Chiesa non solo le
quote ad essa esplicitamente
destinate da circa il trenta per
cento dei contribuenti, ma anche la
quasi totalità delle quote non
destinate: una furberia tremontiana
che si configura come un vero e
proprio furto, che un laico (anche,
e soprattutto, se credente) dovrebbe
denunciare come truffaldino, alla
stregua di molti altri
«finanziamenti illeciti» che
assommano a miliardi di euro
all'anno.
8. Non dire falsa testimonianza
Parte delle tensioni laiche nel
rapporto con la Chiesa sono dovute
all'esagerata cassa di risonanza che
i media offrono alle sue istanze,
unita a una loro diffusa mancanza di
obiettività. L'Osservatorio Radicale
ha fatto notare, ad esempio, che nei
suoi primi tre anni di pontificato
il Papa ha ricevuto dal Tg1 e dal
Tg2 più copertura sia del Presidente
del Consiglio che del Presidente
della Repubblica, come ci
aspetterebbe da una Televisione
Vaticana: un laico dovrebbe invece
chiedere e pretendere un opposto
comportamento dalle televisioni e
dai giornali nazionali.
9. Non desiderare la scuola d'altri
La Chiesa continua ancor oggi a
pretendere che si attui la richiesta
del restauratore De Maistre:
«dateceli dai cinque ai dieci anni,
e saranno nostri per tutta la vita».
Un laico progressista, credente o
no, dovrebbe invece invocare la
libertà di insegnamento religioso
negli oratori e nelle scuole
private, ma la neutralità
dell'insegnamento nella scuola
pubblica: che si abolisca dunque
l'anacronistica ora di religione, o
che almeno la si muti in un'ora di
religioni (al plurale), insegnata da
docenti statali che non siano
sottoposti a un benestare della
Curia che umilia uno Stato sovrano,
tanto quanto il benestare del
governo alle nomine dei vescovi
umiliava una Chiesa coatta.
10. Non desiderare l'università
d'altri
Ricordando la polemica
sull'opportunità di invitare il Papa
a parlare alla Sapienza, un laico
non avrebbe certamente nulla da
obiettare a che egli aprisse da solo
l'anno accademico di un'università
cattolica (forse sì, invece, al
fatto che essa fosse finanziata coi
soldi dello Stato). E sarebbe
comunque felice di sentirlo
dibattere con altri sul rapporto tra
fede e ragione, o tra religione e
scienza, anche in un'università
pubblica. Facciamoli allora questi
dibattiti, a tutti i livelli e in
tutte le sedi, comprese quelle
vaticane e non solo in quelle
statali, per affermare i princìpi
dell'ascolto reciproco e della
mancanza di preclusioni da entrambe
le parti, come richiede appunto la
laicità.
Ma soprattutto osserviamo questi
“comandamenti”, per affermare e
riaffermare che le chiese e le
religioni non hanno il monopolio
dell'etica, e che comportarsi «come
se Dio non ci fosse» non significa
affatto rinunciare al nostro essere
uomini morali, ma è piuttosto
l'unico vero modo di farsene carico
completamente.
su la Rinascita della Sinistra del
19/10/2008
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