Bipartitismo inciuciante

Diversi episodi lasciano pensare che vi sia un accordo fra Veltroni e Berlusconi per escludere i piccoli partiti. Dal voto in Commissione di Vigilanza Rai alla richiesta di modificare i regolamenti parlamentari e il sistema elettorale, fino alla scomparsa del conflitto d'interesse dal vocabolario del Pd: tutti indizi per una certezza politica

Qualche affondo, molti sorrisi e una strana sintonia. Walter Veltroni e Silvio Berlusconi procedono come due ruspe all'inizio di questa lunga campagna elettorale. Vogliono arrivare al voto politico del 13 e 14 aprile con un referendum fra il Partito democratico e il Popolo delle libertà (cartello elettorale tra Forza Italia ed An). L'obiettivo comune è schiacciare i medi e piccoli partiti: il variegato centro neodemocristiano di Casini-Tabacci-De Mita-Mastella, la Sinistra arcobaleno guidata da Fausto Bertinotti, i socialisti di Enrico Boselli, i gruppi di estrema sinistra (tipo il Partito comunista dei lavoratori di Ferrando), la Destra di Storace-Santanchè.
Il fondatore di Forza Italia e ora del Pdl (coalizzato al nord con la Lega di Umberto Bossi e al sud con il Movimento per l'autonomia di Raffaele Lombardo) lancia un appello: "Serve il voto utile". Vuole un voto diretto ai due maggiori partiti: il suo e al Pd. L'ex sindaco di Roma, teorizzatore del "Partito democratico a vocazione maggioritaria", va all'unisono. Anche lui sollecita dal centro e dalla sinistra, "un voto utile".

Gli interessi fra i due maggiori partiti italiani, il Pd e il Pdl, coincidono. Il segretario kennedyano del Pd vuole passare dal bipolarismo affondato ad un bipartitismo all'americana, cancellando le forze minori, i cosiddetti ex alleati "nanetti". E' lo stesso obiettivo del Cavaliere che, in particolare, c'è l'ha con "l'irrecuperabile" Casini.
Veltroni, dal 14 ottobre, da quando è stato eletto segretario del Partito democratico, suona la sinfonia del "bipartitismo mite". Apprezza il fondatore di Forza Italia. "Ringrazio Berlusconi per aver moderato i toni", dice. Recita il mea culpa: "la sinistra ha sbagliato con l'antiberlusconismo". Aggiunge: "basta con l'odio". Somiglia sempre di più al proprietario della Fininvest. Come il presidente di Forza Italia cita i sondaggi elettorali, un tempo vituperati, e annuncia "la rimonta" del Pd. Insiste sul dialogo. Come il Cavaliere offre alla futura opposizione la presidenza di una Camera. "Se vincerò le elezioni proporrò a Berlusconi -annuncia- un patto di consultazione".

Tanti fatti fanno pensare ad un patto a due per "il bipartitismo coatto". Primo fatto. Il Pd e il Pdl (Forza Italia ed An), in Commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, fanno blocco e bocciano una regolamentazione della par condicio tv chiesta dai medi e piccoli partiti, basata sul principio della "parità d'accesso".
Secondo fatto. Tutti e due i campioni del "bipartitismo imposto" chiedono la modifica dei regolamenti parlamentari, oltre alla riforma elettorale, per ridurre la frammentazione politica. Molte grida sono inutili. Il regolamento della Camera, infatti, prevede già un minimo di 20 deputati per poter formare un gruppo e al Senato servono almeno 10 senatori per poterlo fare. Ma queste norme, anche in questa legislatura, sono state disattese in nome delle deroghe.
Terzo fatto. Il conflitto d'interessi di Berlusconi, un tempo al centro di ogni campagna elettorale del centrosinistra, è addirittura scomparso dal vocabolario politico del Pd. Nei 12 punti programmatici illustrati da Veltroni, non ce ne è traccia. Si parla di ridurre le tasse, del salario minimo garantito di 1.000 euro ai precari, di cento campus universitari, di 2.500 euro di bonus per ogni figlio, della necessità di punire i pedofili (cosa per altro non certo originale), ma non c'è un accenno al conflitto d'interessi. Eppure il problema è in piedi da 14 anni. Il proprietario dell'impero Fininvest per ben tre volte è stato presidente del Consiglio e il suo gruppo certo non ne ha sofferto (con la legge Gasparri Mediaset ha ottenuto una valanga di pubblicità). Alle proteste dei socialisti e alle proposte di "una efficace regolamentazione" del conflitto d'interessi, arrivano o mezze parole o imbarazzati silenzi.
Quarto fatto. Quando Antonio Di Pietro, unico alleato coalizzato di Veltroni, incautamente ha proposto "una sola tv" per Mediaset, è successo il finimondo. Il segretario del Pd lo ha immediatamente smentito: "la nostra proposta è la stessa di Gentiloni e non è punitiva nei confronti di una grande realtà come Mediaset".
Quinto fatto. Berlusconi e Veltroni, ricordo, spingono le rispettive campagne elettorali per "il voto utile". Sembra che stiano raggiungendo lo scopo. Secondo i vari sondaggi elettorali il Pdl sarebbe intorno al 40% dei voti e il Pd (assieme a Di Pietro) intorno al 35%. I due gruppi, dunque, potrebbero assorbire fino all'80% dei consensi complessivi, lasciando poco più del 20% a tutti gli altri, schede nulle comprese. Un disastro. Così gli altri partiti attaccano l'inaccettabile "duopolio" Berlusconi-Veltroni. Bertinotti e Boselli invitano "al voto utile" per le rispettive liste. Il primo accusa il segretario del Pd di "voler cancellare la Sinistra", il secondo lo attacca per voler "distruggere i socialisti", respingendo la proposta di una alleanza di coalizione riformista, invece singolarmente concessa a Di Pietro.

Un fatto è un fatto, due una coincidenza, tre sono un indizio, sosteneva Sherlock Holmes. In questo caso siamo oltre l'indizio. Come si spiega il mistero delle convergenze politiche fra i due avversari? Prima sottovoce e poi ad alta voce si è parlato di un patto segreto. Ne ha scritto perfino "Il Giornale", quotidiano della famiglia Berlusconi. Le smentite sono piovute. "Non c'è alcun patto. E' una ipotesi irrealistica, una utopia", ha commentato il Cavaliere. Anche il segretario del Pd ha negato ogni ipotesi di accordi segreti.
Berlusconi, però, esprime "stima" per Veltroni e ribadisce: "dopo il voto mi auguro che ci sia il dialogo". Non solo. A giorni alterni, fra una smentita e una conferma, spunta l'ipotesi di un governo di grande coalizione. Il Cavaliere è il più lesto a proporre e a smentire. Sostanzialmente conferma: "voglio vincere. Non ho mai proposto le larghe intese", avevo avanzato "una ipotesi di scuola", in caso di pareggio al Senato. La grande coalizione, obietta Veltroni, "andava fatta prima", appoggiando il tentativo di governo di Franco Marini, dopo la caduta dell'esecutivo Prodi. Ora, precisa, "le riforme si fanno insieme e i governi si fanno separati".
Quale dialogo ha in mente? Emerge un tipo particolare di bipartitismo, di tipo consociativo. Anche Veltroni sostanzialmente conferma "l'ipotesi di scuola" sulle larghe intese. "Il Senato -dice con una battuta- è un terno al Lotto". I
C'è aria di un "bipartitismo dell'inciucio", anzi c‘è già uno "inciuciante". "Liberazione", il quotidiano del Prc, da tempo parla di un patto a due e tuona contro un nuovo animale politico battezzato "Veltrusconi". Ma l'imprevisto è sempre in agguato. La "tregua", a tratti, è rotta. Nella sfida su chi rappresenta il nuovo, la partita è tutta aperta. Veltroni, 52 anni, si propone come l'uomo giovane e nuovo di un partito nuovo. "C'è molto di nuovo da fare", ripete sempre. Berlusconi, 71 anni, replica: "io sono il nuovo. Chi guida il Pd è in politica da oltre 33 anni". Rincara: "hanno una bella faccia tosta a proporsi come il nuovo". Torna a soffiare la sfida nuovista.

Articolo di Leo Sansone su Aprile del 29 febbraio 2008

 

 

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